MUTAZIONI • Trasformazioni e percorsi libroartistici


Intrichi, fossili, immagini zoomorfe primordiali, presenze aliene abissali, il mare, respiro vitale, ma anche fiori, rigogliosi o morenti: è questa la sintassi artistica dell’ultimo Patrizio Marigliano.

Il libro è sempre il punto di partenza, origine imprescindibile del suo lavoro, ma il terreno della sua ricerca sta cambiando. Non più, e non solo, l’obiettivo di far rivivere uno strumento di cultura in un’opera d’arte, in una reincarnazione che è speranza e anche monito a farsi attenti custodi di ciò che è patrimonio prezioso di tutti, ma la volontà precisa di intraprendere, attraverso il libro, un viaggio alla Jules Verne, che ci porti ancora più in profondità, perché il centro della terra non basta.

E’ un’esperienza conoscitiva, e non solo perché muove i suoi passi dal libro che ne è materia prima, ma perché le infinite possibilità plastiche del libro hanno spalancato, col tempo, varchi inaspettati di conoscenza del reale e soprattutto dell’inconscio. E’ come se l’artista stesse percorrendo a ritroso la storia dell’umanità, ma, ancor prima, la storia del mondo, dell’universo, per arrivare all’origine, a quel big bang che ha generato tutto. Non sorprende allora che le sue librosculture si siano via via trasformate in un laboratorio sperimentale attraverso cui Marigliano sta arrivando a qualcosa che è oltre lo stesso limite naturale, lontanissimo nel tempo e nello spazio, ma dove è sempre il libro che fa da unico filo conduttore, raccontando una storia che procede da noi, si dipana e va dritta al fondo, all’essenza, alla sostanza primigenia.

Gli intrichi di libri tagliati, squadernati e posizionati sul supporto ci raccontano una storia diversa, vista e finalmente compresa da un’altra prospettiva: basta cambiare il modo di trattare la materia, di “vederla” e plasmarla ed ecco che cambia anche il nostro processo conoscitivo, il nostro avvicinarci alla sostanza delle cose, a quell’ “essenziale che è invisibile agli occhi”. Nel suo progressivo e inarrestabile lavoro di scavo Marigliano sta dando sempre più spazio alla contaminazione, già presente nei suoi primi lavori, facendosi rapire dal fascino di radici e pezzi di legno che, dopo un lungo studio, rinascono a nuova vita fusi e avviluppati nel fiammante movimento di un rogo di libri, di inusuali specie di inflorescenze o nel movimento spasmodico e minaccioso del suo “Fossile antropocene”.

Queste sono le opere più simboliche, quelle che meglio accompagnano lo spettatore in questo viaggio nelle caverne di noi stessi, negli abissi più profondi dell’inconscio e, da qui, verso il centro di una conoscenza non delimitabile, misteriosa, sempre un po’ oscura e a tratti inquietante, proprio come quei mostri preistorici che stanno immobili sul fondo degli oceani. Complici anche tutti quei materiali e quegli elementi selezionati dal mondo naturale, ma anche dall’artigianato e dall’industria, recuperati e pazientemente catalogati dall’artista e inseriti solo quando sono effettivamente utili a suggerire contrappunti, pause, accenti ad una sintassi che si fa via via sempre più complessa. Una stratificazione di emozioni, percezioni, di pensieri evocati, mai esibiti, particolarmente in quelle opere in cui  la mano dell’artista ha plasmato, accartocciato, tagliato, livellato, aggettato, fino a imprimere il giusto ritmo alla luce e alle ombre, facendole scorrere sul filo di pagine ormai irriconoscibili e giocando coi repentini scarti e cambi di prospettiva. In questo viaggio alle origini del tutto, il libro è ormai solo punto di partenza, trasformato com’è da intrusioni di ogni tipo: sarebbe troppo lungo l’elenco di tutti quei “pezzi” che vanno ad animare il chiaroscuro delle sue opere; perle, elementi di bigiotteria, viti, chiodi, conchiglie, foglie, elementi vegetali, fiori, vecchi orologi, sassi, riutilizzati e reinterpretati con sensibile misura e attenta intelligenza creativa.
Esplosioni di forza creativa  che alludono alla potenza primigenia delle origini, a “mostri” preistorici, ad esseri primordiali, ma anche a creature piene di grazia e garbo, le gerbere, i fiori nati da libri sapientemente squadernati su cui il colore acrilico o la vernice industriale accordano eleganti passaggi cromatici. Spetta al visitatore il compito di osservare con acutezza e sensibilità, soffermandosi, prendendosi tutto il tempo che occorre per guardare con estrema attenzione e rintracciare anche la più piccola e apparentemente insignificante intrusione, che invece un significato ce l’ha, perché qualsiasi scelta estetica risponde ad un’esigenza etica e, come si diceva, di consapevolezza.

E’ una “slow-mostra” questa, un percorso che è anche elogio della lentezza, invito al gusto lento e assaporato dell’arte per comprendere quali e cosa siano le mutazioni, quelle trasformazioni che hanno consentito all’artista, in questo caso, di approfondire il suo indagare e di procedere sempre più in profondità, inabissandosi senza timore nei luoghi più reconditi e nella vertigine del nostro essere.

Donatella Migliore